Intervista a Tonino Guzzo, enologo
a cura di Gran Via
Trent’anni di vendemmie, di scelte difficili e di coerenza professionale. Tonino Guzzo non ha bisogno di presentazioni: è uno degli enologi più autorevoli della Sicilia, un uomo che ha creduto nel Catarratto quando pochi lo difendevano e che oggi lo accompagna verso una nuova stagione di consapevolezza. Nelle sue parole risuonano rigore tecnico, amore per la terra e una lucidità rara nel leggere il futuro. Lo incontriamo per parlare di Catarratto, del lavoro che attende enologi e produttori, e del ruolo che ARCA può svolgere come presidio etico, culturale e professionale per il rilancio del più siciliano tra i vitigni.
Guzzo, si può dire che lei sia stato tra i primi a difendere il Catarratto nei momenti più difficili. Cosa l’ha convinta a non abbandonarlo?
Il Catarratto, per me, non è mai stato una scelta dettata dalla moda, ma un vincolo di coscienza. Ho sempre creduto nella sua autenticità, nella sua capacità di rappresentare i suoli e i cieli della Sicilia interna. È un vitigno che non si concede subito: chiede ascolto, pazienza, studio. E quando riesci a comprenderlo, ti restituisce vini che sanno essere eleganti, salini, longevi. All’inizio non era facile difenderlo: veniva considerato un vitigno rustico, da massa. Ma proprio in quella rusticità, in quella resistenza, io vedevo la sua forza genetica. Oggi il mondo cerca vini veri. Il Catarratto ha tutte le carte per essere tra questi. Ma serve consapevolezza, serve cultura e sensibilità.
Cultura vuol dire anche conoscere i biotipi, le differenze tra Lucido, Comune, selezioni massali. Quanto è importante oggi questa distinzione?
È fondamentale. Parlare di Catarratto in modo generico è un errore. Esistono biotipi molto diversi tra loro, con comportamenti agronomici, aromatici e fenologici distinti. Il Lucido, ad esempio, è più raffinato, con un profilo olfattivo più delicato; il Comune può dare più corpo, ma va contenuto. E poi ci sono le selezioni massali, i cloni storici custoditi da famiglie che hanno fatto della vite un racconto personale. Ogni produttore che vuole lavorare con onestà deve sapere cosa ha tra le mani. Perché non si può fare un vino identitario se non si conosce profondamente la materia prima. Serve uno sforzo di ricerca, formazione, confronto. ARCA, in questo senso, può essere un laboratorio prezioso.
Lei parla spesso di equilibrio e rispetto. Sono parole chiave nella sua visione enologica?
Assolutamente sì. L’equilibrio è tutto. Non solo nella pianta, ma nel pensiero di chi produce. Un vino nasce prima nella testa del vignaiolo, poi in vigna, poi in cantina. Se non c’è rispetto per i tempi della natura, per la complessità del vigneto, per la fatica delle mani che lavorano, allora quel vino non potrà mai avere dignità. Io credo in processi puliti, essenziali, non invasivi. Penso che l’enologo debba essere un interprete, non un correttore. Con il Catarratto questo è ancora più vero: perché è un’uva che non ama le forzature. Va accompagnata, mai manipolata.
Il rischio, oggi, è che anche il Catarratto diventi una moda. Come evitarlo?
Solo una parola: verità. Dobbiamo avere il coraggio di dire che non tutto il Catarratto è buono, che non tutte le vinificazioni sono uguali, che servono studio, investimento, tempo. La moda porta a fare scelte veloci, superficiali. ARCA può opporsi a questa logica, perché nasce da un bisogno etico, non da una strategia commerciale. La pluralità degli stili è una ricchezza, ma non deve mai diventare un alibi. Bisogna partire dal territorio, ascoltare la vigna, capire che ogni grappolo ha un suo tempo. Solo così si costruisce una narrazione credibile. E solo così si ottengono vini che sanno parlare anche ai mercati internazionali: non con l’esotismo, ma con l’identità.
In conclusione, qual è oggi il suo augurio per il futuro del Catarratto e per chi lo coltiva?
Il mio augurio è che il Catarratto possa finalmente essere percepito come un grande bianco del Mediterraneo, non solo come un vitigno tradizionale. E che chi lo produce lo faccia con onestà, con visione, con umiltà. Che si riconosca il valore delle aree interne, delle alture, delle vendemmie scalari, del lavoro artigianale. E che si torni a dare valore al vino non come prodotto da vendere, ma come atto agricolo e culturale. ARCA è un’opportunità per costruire tutto questo. Ma il lavoro vero lo fanno le persone. E io continuo a crederci, ogni giorno.





